
Silvio Palladino è un giovane artista pratese di 28 anni. Dopo gli studi di Architettura a Firenze, ha deciso di trasferirsi a Londra.
Così lo presenta Gabriele Tosi:
"I lavori di Palladino nascono concettualmente da una riflessione, da un interrogativo, da un'incertezza o da un semplice stupore e rappresentano lo strumento per mettere in gioco il suo punto di vista. Invitano ad un costruttivo dibattito su temi estremamente attuali, con una naturale predilezione verso quei celati meccanismi su cui si basano individui, rapporti e strutture.
L'artista rivela una profonda attenzione per i mezzi con cui si esprime, in un essenziale rifiuto per le modalità della rappresentazione a favore della categoria della presentazione. Nei suoi lavori il medium della fotografia propone e certifica realtà o esistenze, le performance sono vere e proprie offerte di relazione e le installazioni si pongono come ostacoli alla normale fruizione delle cose e degli spazi, conducendo lo spettatore in luoghi mentalmente e fisicamente distaccati dalla realtà, in cui perfino il senso del tempo appare mutato. Tali intoppi si pongono con maniere forti, ma non sono mai imposizioni: il partecipare è una scelta, un'offerta sia pur autoritaria. E' su queste basi che Palladino propone una modalità di conoscenza fondata sul mettere in gioco sé stessi e le proprie convinzioni, ricercando la mutevole oggettività delle cose nell'unione di una serie di parzialità che nella convinta perché mai contestata opinione personale avevano assunto la prepotenza della certezza universale.
I suoi lavori, forse utopici in una realtà che non sia quella dell'arte, sfruttano l'estetica per conformarsi come mezzi o aree di confronto in cui gli utenti possono maturare la propria identità sociale e individuale nella apertura verso un'alterità che non avrebbero altrimenti considerato. Si palesa allora come Palladino non sia attento solo alle peculiarità dei mezzi espressivi ma anche a quelle dei meta-contesti in cui agisce. Sfrutta così il carattere svagante del contesto artistico per muovere dall'effimero entertainement e approdare all'utilissimo ma comunque piacevole edutainment".
Perché hai deciso di andare a Londra? Di che cosa ti occupi là?
Negli ultimi due anni passati in Italia, durante i quali iniziai ad approfondire la mia ricerca artistica, mi accorsi che la facoltà Architettura e l'ambiente che mi aveva supportato nella fase iniziale, mi avrebbero potuto sostenere soltanto fino a un certo stadio, e che se avessi voluto crescere, mi sarei dovuto muovere altrove. Una volta a Londra ho migliorato il mio inglese, cosa che adesso mi permette di comunicare e scambiare idee con un pubblico molto più vasto. Qui ho trovato un'università e un sistema che mi hanno trasmesso quella professionalità e quel modo di lavorare indispensabili per sfruttare al meglio creatività e sensibilità. Oltre a questo, continuo a portare avanti i miei progetti senza mai perdere i contatti con l'Italia. Oltre all'importante maturazione personale, il vedere modi diversi in cui una società può funzionare, specialmente all'interno di una cultura anglosassone che definirei complementare alla nostra, ci permette di avere un occhio più critico quando si guarda al nostro paese.
Rispetto all'Italia hai riscontrato maggiori possibilità offerte dalle politiche nazionali nei confronti degli artisti?
Senza dubbio. Il sistema dell'arte e la figura dell'artista, sono entrambi visti in Inghilterra sotto un'ottica diversa rispetto alla situazione italiana. L'artista è considerato un professionista come tutti gli altri, con caratteristiche, peculiarità e una sensibilità critica che costituiscono un valore che può e deve essere sfruttato. Partendo da questo presupposto l'Art Council, finanziato con fondi che vengono dallo stato e dalla lotteria nazionale, sponsorizza e promuove singoli progetti, organizzazioni ed eventi artistici. Per fare un esempio: se un singolo artista necessita di fondi per realizzare un'opera, una mostra o un evento può compilare una domanda e chiedere un sostegno economico. E' chiaro che la documentazione richiesta è molto dettagliata, e richiede tempo e impegno. Ma almeno è evidente una volontà di aiutare chi lavora in questo senso. Oltre all'Art Council ci sono anche una serie di fondazioni e organizzazioni private che offrono numerose e varie opportunità.
Quali progetti hai realizzato ultimamente e quali sono i tuoi progetti futuri?
Lo scorso marzo ho realizzato un'installazione partecipativa in un parco qui a Londra; il tema del lavoro è stato il rapporto fra la fotografia e la memoria. Alla fine del mese ero invece a Firenze con un lavoro sull'informazione e sulla stampa dal titolo "Good News" presentato all'interno di Rotte Metropolitane. Al momento sto lavorando a due mostre che inaugureranno a Pistoia e Venezia in Giugno e alla mostra finale dell' LCC qui a Londra. Sempre in giugno sono stato invitato a presentare un progetto per la rassegna Play! nello spazio estivo della spiaggia sull'Arno a Firenze. Questa estate sarò in Macedonia per realizzare il lavoro che presenterò alla Biennale di Skopje in settembre. E per l'autunno sto partecipando alla selezione per una residenza per artisti a Torino.
I Cantieri Culturali di Officina Giovani sono stati un buon punto di partenza?
Sicuramente, la mostra Habitat, una delle mie prime mostre in assoluto, fu il primo vero contatto con gli Ex-Macelli. Da quel momento, Officina Giovani è stata indubbiamente un punto di riferimento dove ho trovato le persone, gli spazi, gli stimoli e le risorse per poter lavorare e crescere. Tuttora quando mi trovo in Italia, e ho bisogno di un supporto logistico locale, so di poter contare sullo staff di Officina Giovani, che si pone come valido interlocutore tra le istituzioni e chi è attivo nel campo dell'arte e della creatività in generale.
Per il progetto che è stato selezionato dal Comune di Prato per la Biennale di Skopje 2009 collabori con una giovane artista lituana, Lina Lapelyte. Quanta importanza ha lo scambio ed il confronto tra artisti?
E' molto importante, e penso che lo sia oggi più che mai. La figura dell'artista solitario e isolato non ha più senso in una società dove una vera comunicazione sembra essere l'unica soluzione all'isolamento e all'alienazione dell'individuo. E' importante non solo lavorare e confrontarsi con altri artisti, ma anche allargarsi a professionalità diverse e a chi con il mondo dell'arte non ha nulla a che fare. Dagli anni '90 la ricerca di molti artisti ha spostato il suo fine ultimo dalla creazione di oggetti alla creazione di relazioni, situazioni ed eventi partecipativi. L'artista è sceso dalla sua posizione privilegiata per mescolarsi nella società ed essere un mediatore, una guida, allo lo scopo di risvegliare nelle persone quella criticità assopita che serve a mantenere la coscienza di noi stessi come individui creatori ed originali. Si ha paura dello scambio e del confronto quando non siamo sicuri delle nostre idee. Confrontarsi apertamente invece costituisce un'opportunità per confutare le nostre idee e portarne delle nuove.
L'opera che presenti a Skopje realizza l'interazione tra media diversi ed è un'opera "Site-specific". Come si risolve la difficoltà di realizzare un lavoro così complesso?
Più che una difficoltà io lo trovo uno stimolo ed una opportunità. Per quanto riguarda i media differenti, questi sono frutto del nostro background; Lina Lapelyte è una sound artist e una compositrice, mentre la mia sensibilità è più visiva. Io e Lina conoscevamo bene la rispettiva ricerca artistica e per questo progetto abbiamo deciso di collaborare insieme. Quando abbiamo visto che la biennale sarebbe stata ospitata a Skopje, abbiamo subito pensato che questa sarebbe stata un'occasione per confrontarci con un ambiente nuovo, e abbiamo deciso di partecipare al concorso di selezione con un lavoro che sarebbe stato realizzato in loco. Certo questo richiederà un maggiore sforzo organizzativo a cui stiamo già lavorando adesso, ma sentivamo assolutamente di voler confrontare le nostre sensibilità con il luogo che ci avrebbe ospitato.
Puoi spiegarci più nel dettaglio come riesci a trasporre artisticamente il tuo "manifesto"?
La formazione che ho ricevuto ad Architettura, e in particolar modo l'incontro con Michelangelo Caponetto, insieme alla mia sensibilità personale, mi hanno spinto verso un modo di fare arte che trova nelle relazioni tra le persone, e nella relazione tra persone e spazio le problematiche da affrontare. Non esiste un unico e proprio manifesto, esiste la volontà di aprirsi a un pubblico più ampio di quello del mondo dell'arte e la convinzione che il dialogo tra le persone può contenere in sé una forza talmente naturale da farci a volte paura, ma di cui abbiamo estremamente bisogno per tornare ad avere fiducia degli altri e di noi stessi.
Come concili la tua esperienza prettamente artistica con il lavoro orientato al mercato? Come può un'artista emergente vivere con la propria arte?
Questa è una questione che sto affrontando in questo periodo. Il discorso cambia molto se ci troviamo in Italia o in Inghilterra, e mi sento di parlare solo di queste due perché sono quelle che conosco meglio. Il caso cambia inoltre in base al tipo di produzione del singolo artista. Il mio personale tipo di ricerca e di produzione artistica non è molto vicino alle leggi di mercato e questo non è per caso. Ne segue che il rapporto tra me e una parte del sistema dell'arte è affetto da un reciproco disinteresse. Più che orientarmi verso il mercato sono intenzionato a lavorare con alcune gallerie, con istituzioni pubbliche e private, con comunità locali, con studi di architettura e di urbanistica, oltre che con singoli privati, curatori e artisti sulla base di singoli progetti. Questo naturalmente se non sono io stesso a organizzare qualcosa chiamando altri a partecipare. Praticamente non mi precludo a nessuno in particolare, ma scelgo di collaborare sulla base della validità di un progetto più che del nome o della "autorità" del soggetto. La forma di ingaggio è quella della commissione o della collaborazione, attraverso le quali l'artista interviene all'interno di una situazione di criticità sociale, economica o urbanistica, apportando quelle specificità che la società gli riconosce. In Inghilterra tutto questo è già in funzione, e artisti vengono chiamati a operare in campi diversissimi. In Italia purtroppo c'è una miopia da parte di certe istituzioni che non permette di vedere nell'arte una risorsa importante, e qui potremmo parlare del patrimonio artistico del passato, come dell'arte contemporanea. Negli ultimi anni si sta muovendo qualcosa, e questo qualcosa parte dagli artisti stessi. L'artista si trova oggi a dover e voler essere anche organizzatore, curatore e promotore in un sistema che è lasciato senza sostegno da parte delle istituzioni. L'iniziativa personale e il coraggio di artisti e curatori emergenti, che molto spesso arrivano da una esperienza internazionale, sta vedendo il nascere di nuovi spazi, mostre, riviste, blog ed eventi che vanno a colmare in parte l'indifferenza di chi invece potrebbe sfruttare tutto ciò soprattutto in un momento come questo, che necessita di creatività, innovazione e dialogo.
Per maggiori informazioni: www.silviopalladino.eu - www.silviopalladino.com