Bandiera Inglese

Salvador Dalì: futuro anteriore

“Dalì. Il sogno del classico” a Pisa

 
Salvador Dalí, I prìncipi della valletta fiorita, Purgatorio, vol. I, canto VII

Fare una mostra su Salvador Dalì, artista oramai mainstream, e riuscire a renderla singolare e ricca di curiosità? Fondazione Palazzo Blu a Pisa ci è riuscita, insieme a Mondo Mostre e alla Fundaciò Gala-Salvador Dalìdi Figueres.

Il sogno del classico è il titolo della mostra, visitabile a Palazzo Blu fino al 5 febbraio 2017; ma questa mostra non ci fa solo sognare, è una narrazione che ci conduce dentro la mente labirintica e rivoluzionaria di uno degli artisti più provocanti del XX secolo.

Luci soffuse di mille colori, silenzio in sala, si parte per un nuovo viaggio: il racconto si suddivide in tre grandi capitoli, ma più che capitoli, sembrano degli spin-off, perché qui non si parla del grande Dalì, quello che tutti conoscono, la “prima donna” delle esposizioni surrealiste degli anni Trenta, il Dalì degli orologi molli, delle donne con i cassetti sul corpo o degli elefanti dalle esili zampe chilometriche. Qui si racconta di un uomo che si confronta col misticismo e col divino e ci trasporta in paesaggi desolati e cristallini dove compaiono angeli che altro non sono che le sue muse ispiratrici, prima fra tutte Gala, la donna della sua vita. Grigi e ocra prevalgono facendo vibrare la tela in modo inconsueto. Nella Trinità, che Dalì dipinge nel 1960, rimuove l’identità dei personaggi e li priva degli attributi, come si potessero confondere o unificare, uno e trino; sembra di assistere al gioco delle tre carte in versione mistica.

Dalì non è un artista “di superficie”, lui cerca il confronto profondo e da narratore di sogni si rivolge al più grande narratore di sogni che la storia letteraria abbia mai avuto: Dante Alighieri. Va in scena il secondo capitolo della mostra: una serie di acquerelli e incisioni che illustrano episodi della Divina Commedia, reinterpretate e rilette dall’artista in chiave esuberante e non tradizionale, tanto da suscitare scalpore nella stampa dell’epoca, che etichettò alcune illustrazioni come ‘pornografiche’ e additò Dalì come l’artista meno adatto a confrontarsi con il genio di Dante. “Voglio che i miei acquerelli per Dante siano come le lievi tracce d’umidità su un formaggio divino, abbiano la lucentezza screziata delle ali di farfalle” ed esattamente così che Dalì dipingerà le varie scene, usando la trasparenza dell’acquerello e una vividezza e luminosità di colori che cresce esponenzialmente dall’inferno verso il Paradiso. Dalì non soltanto illustra la Divina Commedia, ma la ridisegna e ricompone secondo la sua personale etica, onora la grande opera di Dante facendola – in un certo modo – sua.

 

L’epilogo della mostra ci fa rivivere un altro forte sentimento che l’artista provò in una successiva fase della sua poetica, come scriveva lui stesso “Nell’ambito del disegno, il mio unico obiettivo è quello di riscoprire la tradizione degli antichi maestri […] Dal momento che la tecnica ha raggiunto il suo più alto grado di perfezione durante il Rinascimento è particolarmente evidente – nella nostra epoca di totale decadenza dei mezzi espressivi – che per andare avanti si debba fatalmente guardare indietro”. Dalì soffre di una sorta di nostalgia per il classico e per il Rinascimento e vuole farsi precursore di un nuovo rinascimento, allora si confronta con i più grandi, e soprattutto con chi il Classico a sua volta lo aveva già reinterpretato: Dalì riprende le sculture famose di Michelangelo, le trasferisce in pittura e le rimodella, le scompone secondo quella che poi chiamerà ‘pittura corpuscolare’ e le ricompone come fosse una fusione nucleare. Il rispetto per i grandi artisti di altri tempi è smisurato e quando gli viene commissionato di illustrare l’autobiografia di Benvenuto Cellini, il confronto non è più soltanto con la tendenza artistica del passato, ma anche con un artista che a suo tempo fu precursore, ribelle, indipendente e multidisciplinare esattamente come lui.

Si chiude il sipario, finisce il racconto, si conclude il viaggio nella mente, negli occhi e nelle mani di un artista tanto declamato quanto incompreso.

Adesso ci rimane un unico pensiero: è la tradizione che si fa rivoluzione, oppure è la rivoluzione che diventa tradizione?


Per maggiori informazioni sulla mostra

 

 

Elena Janniello -ERBA magazine

Punto Giovani Europa

Ultima revisione della pagina: 12/1/2017

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