Bandiera Inglese

Io straamo, adamo, abramo Woody Allen

“Ogni volta, quando un mio film ha successo, mi chiedo: come ho fatto a fregarli ancora?”


illustrazione di Woody Allen di Daria Derakhshan

Illustrazione di Daria Derakhshan

 

Estate. Pomeriggio. Cicale. Afa.
La voglia di fare qualcosa di produttivo - soprattutto se sono le tre (il buon, vecchio Sartre ha ragione) - è poca. Il cervello è in stand-by, così la mano si posa svogliatamente, per inerzia, sul telecomando. Lo zapping è inevitabile: mentre le immagini digitali/terrestri fluiscono – tra uno dei troppi canali di cucina e uno in cui spose che sembrano confetti obesi si commuovono sull’altare – può capitare di imbattersi in un’immagine diversa, che cattura la nostra attenzione e strappa il nostro cervello da quel sonno atavico indotto dai programmi di cui parlavo prima.

Un omino ricurvo, dagli occhiali spessi e pesanti, si aggira per le strade nebbiose di qualche quartiere di New York, parla e gesticola freneticamente, accompagnato da note jazz o swing. Può darsi che quella che stiamo vedendo sia la “Maratona Woody Allen” che i palinsesti televisivi dei canali a tema cinema ripropongono puntualmente ogni anno per colmare le noiose ore pomeridiane estive. E menomale.Sì, menomale! Perché io amo, anzi straamo Woody Allen, soprattutto le sue opere più datate, che risultano sempre modernissime ogni volta che le rivedo.

“Prendi i soldi e scappa”, “Manhattan”, “Io e Annie”, “Hannah e le sue sorelle”, “Provaci ancora Sam”, per citarne solo alcuni, sono film che tutti dovrebbero vedere almeno una volta nella vita. Commedie cosiddette “sofisticate”, ma non per questo manierate, pretenziose o fredde, che ci parlano e dicono qualcosa su di noi. Nessuno come questo geniale ometto pieno di fobie e di nevrosi, è riuscito, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, a fissare su pellicola il disagio dell’uomo contemporaneo con ironia e umorismo.

I film dell’anticonformista Allen non sono solamente comici, ma portano con sé una componente riflessiva marcata; in controtendenza rispetto agli standard di Hollywood, sono ricchi di riferimenti filosofici e richiami alla cultura alta europea, il tutto mescolato a battute geniali e folgoranti, cariche di quel senso dell’umorismo, non proprio immediato, tipico della cultura ebraica. Certo, non si ride sguaiatamente, si sorride (spesso anche amaramente) e insieme al sorriso c’è il pensiero e il dramma. Allen ci restituisce il ritratto impietoso di un’umanità giunta ormai al crepuscolo: l’alta borghesia newyorkese, quella colta, ma che vive nel progressivo svuotamento dei valori culturali, che si divide tra sedute dallo psicanalista e mostre di arte contemporanea alle quali si aspira al suicidio, composta da persone insicure, nevrotiche, logorroiche, emotivamente instabili.

In questo mondo ha ancora senso fare arte, fare cinema? Una delle caratteristiche peculiari e una costante della cinematografia alleniana è proprio la riflessione sul ruolo stesso del regista, dell’autore e, più in generale, una riflessione sull’arte cinematografica. I miti in cui si rifugia Allen sono grandi registi europei come Igmar Bergman e Federico Fellini, visti anche come occasioni per evadere dalla miseria di questa realtà:

“Non ho mai creduto che la bellezza fosse anche la verità, mai. Ho sempre creduto che la gente non possa sopportare troppo la realtà. Io amo vivere nel mondo di Ingmar Bergman. O in quello di Louis Armstrong. O in quello dei New York Knicks. Perché non si tratta di questo mondo”.

Cinema come evasione, dunque, ma che, paradossalmente, ci lega ancora più strettamente a questo mondo, a questa realtà; come dimostrano le gag assurde o le situazioni strampalate dei film di Allen, dietro alle quali si nascondono profonde e amare verità che ci smascherano e ci fanno capire chi siamo.

Ed è proprio per questo che quel furbacchione di Woody Allen ci frega ancora e sempre.

 
Colonna sonora consigliata:
Glenn Miller & His Orchestra - “Moonlight Serenade”  


Chiara Antoniello (testo); Daria Derakhshan (illustrazione) - ERBA magazine
 
Punto Giovani Europa

Ultima revisione della pagina: 16/7/2019

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