Bandiera Inglese

Serotonina, l’abisso quotidiano

'In Occidente nessuno sarà più felice'

Michel Houellebecq, Serotonina

 
La copertina del libro "Serotonina"

Serotonina, una delle uscite di narrativa estera più controverse dell’anno, è arrivato in libreria lo scorso 10 gennaio, accolto da molti come l’ennesima storia sboccata, post-moderna, infarcita di amori disperati, psicofarmaci, suicidi, lavori frustranti: si ride, certo, perché è un cinismo tragicomico, ma si piange anche, perché è tutto molto squallido, pessimistico, brutale. 

Per chi come me conosceva e amava Houellebecq da ben prima dell’uscita del suo ultimo successo, però, questa interpretazione appariva senza dubbio semplicistica.

Proviamo allora a passare sotto il giudizio del critico letterario più spietato, il tempo.

Immaginiamoci che, magari tra una cinquantina d'anni, le opere di Houellebecq siano entrate nel canone scolastico francese e qualche povero insegnante di lettere si trovi costretto a spiegarle ai suoi annoiati studenti: perché, professore, il romanzo Serotonina è da molti considerato il testamento artistico del suo autore?

 
 

Dunque... Per cominciare, Sérotonine contiene gran parte dei temi più caratteristici della produzione houellebecqiana. Tutte cose allegre, posso garantirvelo. C’è l’alienazione, come quando in Piattaforma Michel leggeva il manuale buddista trovato nel comodino di un hotel thailandese e poi concludeva: “Non ero sicuro di aver capito bene, ma era così che mi sentivo.” C’è la solitudine, come quando ne La carta e il territorio Jed Martin lasciava incompiuto il suo quadro più personale e sofferto, L’architetto Jean-Pierre Martin lascia la direzione della sua azienda, appoggiato accanto alla caldaia rotta. C’è l’estensione delle logiche neoliberistiche ai rapporti interpersonali, spiegata senza mezzi termini in Estensione del dominio della lotta: e proprio in quello schopenahueriano dominio della lotta si perdevano Tisserand e il narratore, due amici disperati, bramando pigramente occasioni di rivalsa. C’è poi l’erotismo sotto forma di esperienza palliativa e tendenzialmente sopravvalutata, come quando ne Le particelle elementari il ricercatore più tormentato del mondo nuovo ricercava modi per consentire la riproduzione asessuata tra gli esseri umani, per potersi finalmente liberare di ciò che più di tutto lo aveva condannato all’infelicità. C’è infine l’inevitabile declino delle società occidentali e della loro illusione di superiorità, come quando in Sottomissione François osservava Fratellanza Musulmana sconfiggere Marine Le Pen alle elezioni, protetto dallo schermo della TV.

Ci sono anche tutti i suoi personaggi archetipici: il protagonista narrante, un esistenzialista contemporaneo (quindi cinico ma sorprendentemente sensibile), la donna amata ovvero la speranza di uscire dall'incubo della realtà (spoiler: anche lei vi è dentro fino al collo), l'amico triste (spoiler: spesso fa una brutta fine), e poi altri personaggi secondari ricorrenti come il medico céliniano, il pedofilo nabokoviano eccetera... Persino le ambientazioni sono familiari: si passa dall'illusione di una qualche meta esotica, che si rivela anch’essa ormai asservita ai meccanismi della globalizzazione, per poi tornare al grigiore di Parigi, che a quanto pare non è solo la città della Torre Eiffel, ragazzi miei.

Però, professore, lei non mi ha spiegato perché quest'autore si permette di riferirsi a Freud con l'appellativo di "buffone austriaco" o di definire Goethe "uno dei più patetici rimbambiti della letteratura mondiale". E poi, cosa c'entra il generale Franco con la decadenza morale dei giovani in vacanza a Lanzarote? E se davvero, come dice il manuale, Le particelle elementari è unanimemente considerato uno dei romanzi più misantropici scritti nel secondo dopoguerra, perché l'autore sceglie di terminarlo con la frase "Questo libro è dedicato all'uomo?". Come potete immaginare, il malcapitato professore si troverebbe in grave difficoltà: da questo si capisce che quella di Houellebecq è una letteratura fuori dagli schemi, talmente borderline nella sua genialità da sfuggire all'approccio accademico.

 
L'autore del libro Michel Houellebecq

Florent, il French Psycho protagonista (impossibile non pensare al capolavoro di Bret Easton Ellis, di fronte ad alcuni passi) ha la stessa età del nostro Michel ai tempi di quella depressione che l’ha buttato a terra ma allo stesso tempo l'ha fatto nascere come scrittore. E voi conoscerete meglio di me la tendenza delle istituzioni occidentali a salire sul carro del vincitore: si prendono tutti i meriti quando creano un genio (come Houellebecq), e allo stesso tempo cedono ogni responsabilità a terzi quando generano un disperato (come i suoi personaggi).

Tra le righe riusciamo quindi a leggere non soltanto la crisi di quarantenne, ma anche la malinconia di un quasi settantenne che ha dedicato la sua età adulta a catturare i momenti di disperazione, di follia e di fugace felicità che caratterizzano la vita post-moderna.

E così Florent ci mostra che la malinconia si manifesta in varie forme, tutte devastanti: il ricordo, lo scatto di follia, il dubbio. Il captorix, la misteriosa sostanza che consente a Florent di continuare a vivere, in fondo è soltanto una delle innocue armi a doppio taglio che tutti teniamo in casa.

La rivoluzione di Aymeric, laggiù nelle campagne, sembra l’ultimo sogno in cui sperare: ma la rivoluzione fa spettacolo quando fallisce, forse ancor più di quando riesce.

E l’amore, che fine ha fatto? Con queste premesse sembra impossibile immaginare che sia rimasto spazio anche per lui. Invece l'amore in tutto questo c'entra, e c'entra eccome: è l'unica speranza (forse). Ma anche quello sfugge a ogni classificazione, e agonizza sotto il peso del dominio della lotta: Florent e Camille tentano di andare incontro al sentimento, ma lentamente se ne pentono, ognuno rientrando all’interno dei proprio dolorosi confini. 

Non vi dico che dovreste leggere Houellebecq perché ha previsto i gilet gialli, la tragedia di Bali 2002 o quella di Rue Nicolas-Appert (nella quale tra l'altro, come molti ricorderanno, ha avuto un coinvolgimento diretto): non sono nemmeno sicura che a Michel piaccia, questo ruolo di veggente che gli è stato affibbiato, trattato dalla stampa come una specie di polpo Paul della filosofia politica. Dico che dovreste leggerlo per lo strano gusto di toccare il fondo: in questo senso, Serotonina è il capolavoro più recente di uno degli ultimi maestri dell’abisso che sopravvivono oggi in Europa.

 

Agata Virgilio - ERBA magazine
 
Punto Giovani Europa

Ultima revisione della pagina: 23/9/2019

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