Bandiera Inglese

'One Upon a Time in... Hollywood'

il ritorno in grande stile di Quentin Tarantino

 
Foto del film
 

Già record di incassi a una settimana dall'uscita nelle sale, "Once Upon a Time in... Hollywood" è il nono film del regista Quentin Tarantino, tanto atteso e chiaccherato fin dallo scorso Festival di Cannes, dove aveva ricevuto ben 12 minuti di applausi. Le premesse dunque erano buone e le aspettative alle stelle, perché quando si parla di Tarantino contenere le emozioni non è mai semplice. 

La pellicola si presenta apparentemente diversa e lontana dallo stile Tarantiniano che abbiamo imparato a conoscere e amare, è anche per questo motivo che a molti ha fatto storcere il naso, ma ripeto questo film si allontana solo apparentemente dallo stile del regista. Sì perché, nonostante lo splatter sia meno presente e le scene di violenza sono tutte concentrate nella seconda parte del film, esso rappresenta il punto più alto toccato dal regista in tutti questi anni di carriera; Tarantino riesce infatti a raccontare con classe ed eleganza il suo amore per il cinema. 

In "Once Upon e Time in... Hollywood" traspare tutta la passione di Tarantino per la settima arte, in particolare per il genere che da sempre contraddistingue i suoi lavori e che non ha mai nascosto di amare, cioè il genere dello "spaghetti western" di Sergio Leone, a cui da sempre si ispira. Il film è inoltre pieno di storia, di fatti accaduti, dettagli e citazioni alla cultura cinematografica (come la presenza di Steve McQueen o il richiamo a "La grande fuga").

Ma di cosa parla "One Upon a Time in... Hollywood"? Non è altro che una fiaba cinematografica, già il titolo ce lo suggerisce e il finale ce lo conferma; è il racconto dell'illusione del sogno hollywoodiano, sempre effimero e quasi impossibile da raggiungere. Nella cornice degli anni '60, emerge tutta la fallacia del divismo e dello star system di quegli anni. Massima espressione di tale aspetto è senza dubbio il personaggio di Rick Dalton - che insieme al personaggio di Brad Pitt (Cliff Booth) formerà la coppia vincente della pellicola - qui interpretato in modo straordinario da Leonardo DiCaprio; attore alcolizzato, nevrotico, arrogante si trova alle prese con la fine della sua breve carriera dato che non ha mai saputo rinnovare se stesso ed è rimasto sempre intrappolato nel ruolo del villain. 

 
Foto del film
 

L'ennesima dimostrazione che Hollywood è un mondo a cui non si arriva mai, fatto di decadenza, nonostante più volte lo stesso Dalton dia prova del suo valore e bravura di attore. Un personaggio a cui inevitabilmente finisci quasi per affezionarti, perché seppur appaia come una persona orribile, ci viene mostrata la sua fragilità e insicurezza, prova che il suo modo arrogante di agire è solo una sovrastruttura, una maniera per non soccombere al mondo dello spettacolo che inevitabilmente finirà per schiacciarlo.

Allo stesso modo, il personaggio realmente esistito di Sharon Tate e interpretato da Margot Robbie, ci dà prova della gabbia in cui Hollywood ti rinchiude. Sharon ci viene mostrata sempre come una persona sorridente, spensierata, gentile ma anche molto ingenua; è alle prese con i primi ruoli cinematografici e questo suo modo di essere molto allegro cozza con il suo stile di vita che la condanna a una solitudine e a una desolazione forzata. Nonostante sia la moglie dell'acclamato regista Roman Polanski, viva in una villa, aspetti un figlio e si mostri sempre allegra. 

Sharon Tate rimane tuttavia un personaggio di sfondo al racconto principale, questo perché Tarantino non vuole narrarci in maniera fedele né la storia dell'omicidio dell'attrice, né quella della famiglia Manson; il regista si prende qui una libertà totale e fa quello che gli va. Non ha paura nemmeno di rappresentare gli hippies in chiave inquietante, quasi horror, anzi sdogana la loro immagine comune di esseri liberi, quando in realtà sono loro stessi schiavi di una setta. 

Tarantino con questo lavoro sorprendente mette in scena ciò che più gli dà soddisfazione facendo diventare il film il suo ennesimo sfogo mentale con un finale dal ritrovato sapore splatter, grottesco, cinico ma allo stesso tempo estremamente divertente

 

Eleonora Giovannini - ERBA magazine
 
Punto Giovani Europa

Ultima revisione della pagina: 27/9/2019

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