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L'atroce guerra in Marmolada

 
Situato a 2950 metri, circondato da montagne rocciose innevate così alte che sembrano toccare il sole nelle giornate limpide; un luogo per ricordare insieme due fronti, quello austriaco e quello italiano; per ricordare uomini senza distinzione di nazionalità, né di cultura, perché non è esistito il coraggio di due razze distinte, ma quello di una sola, quella umana.

Questo è il Museo della Grande Guerra in Marmolada, nato dai locali di un ristorante in disuso grazie all'idea di un farmacista marchigiano, con l'aiuto dell'esercito austriaco e del 4° Corpo d'Armata alpino di Bolzano. Attraverso una raccolta di fotografie, di effetti personali dei soldati di entrambi i fronti rinvenuti nelle trincee e nelle caverne, di divise e indumenti che per la semplicità del materiale, non erano certamente sufficienti a riparare da quel freddo tagliente, di resti di strumenti per lo scavo nella roccia, è possibile solamente percepire quella che fu la guerra lassù, ma non immaginarla. La nostra immaginazione non basterebbe a ricostruire l'immensa quantità di dolore, paura, fatica, speranza di quegli uomini che si trovarono realmente là a combattere; sarebbe probabilmente inadeguata di fronte all'impensabile atrocità.

Ragazzi di venti, trent'anni, soldati improvvisati, che per potenziare le loro postazioni ed aumentare la possibilità di sopravvivenza, scavarono nella roccia, notte e giorno, strette e lunghe gallerie, cunicoli, tra cui la famosa 'Città del Ghiaccio', progettata dal tenente austriaco Ing. Leo Handl e costruita interamente nel ghiaccio, nella quale i soldati poterono rifugiarsi.

Il nemico di questi valorosi uomini, non era costituito solo dal freddo e dalle mitragliatrici, ma anche dalle continue valanghe provocate dalle esplosioni, inevitabili per ricavare le gallerie.
Inoltre, il rischio di soffrire la fame era reale se le truppe incaricate di rifornire i soldati di armi e viveri incontravano ostacoli durante il loro tragitto.

Oggi, il silenzio impressionante domina tutta la vallata, come per ricordare quelle morti bianche.



Alessia Mavilla - ERBA magazine
 
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Ultima revisione della pagina: 16/6/2010