Moonrise Kingdom

 
scena del film
Fonte: www.themovingarts.com

Volendo drammatizzare, diremmo che c'è una storia in questo film in cui tutti i personaggi sono composti e inquadrati in un ruolo, e sembrano attori che conoscono il proprio autore e si sanno imprigionati in quelle vesti e isolati su una striscia di terra. Sono giocatori maldestri, portatori di un linguaggio frammentario, incerto, sospeso eppure compresso, ma senza spazio per esplodere.
 
L'esaurimento è palpabile e insieme distante, non interessante: il dolore rimane sullo sfondo (una scena su tutte, il padre che esce con l'accetta in inquadratura fissa, dietro ai figli che giocano), ma non nel senso di un'indifferenza sprezzante per la serietà, o perché qualcuno la giudichi dall'alto di un'altra saggezza.
 
No, tutto è così serio! Ma lo scambio di lettere sorvolato per ellissi tra Sam e Suzy (bellissimo, folgorante) è serietà drammatica del fluire, in cui l'apparente delicatezza, che sfiora per capriccio, inquadra gli istanti e dimentica di finire le frasi, ha il rigore ipnotico e incalzante di una fuga (musicale).
 
Il resto invece è serietà statica; il resto è niente, eppure è questo 'niente' ad essere capace di grandi e gravi slanci, e di sostenere l'audacia irriflessa dei piccoli o la superbia severa dei grandi (salvare i due ragazzi sul campanile della chiesa, ribellarsi a 'Servizi Sociali', salvare il capo scout dall'alluvione): da ultimo, è l'umanità in divisa del capitano che conquista l'assenso generoso di Susy a desistere dai suoi propositi scuri; è la nuova partecipazione alla realtà, nella versione ludica e pacifica di Sharp, che trasforma un fatto semplice, irriducibile e senza storia in un tema poetico e malinconico, facendone l'anticipazione di un ricordo dolce, un'immagine, un acquarello da sovrapporre alla stanza di Suzy; è con la maschera reale del poliziotto che Sam trasporta il sogno nella vita comune, in un appuntamento a domani che è un contrappunto luminoso da rinnovare ogni giorno.

Artificio e realtà che dunque si confondono, tanto che la bellezza sincera del film è nella mancanza di naturalezza, nell'artificio umoristico del dialogo che è sequenza di affermazioni alternate, resoconto, esposizione, inventario di informazioni e domande (dimmi cosa hai portato, dimmi cosa ti piace, puoi toccarmi, credo che cresceranno, sai baciare alla francese?): elenchi senza contesto, che non sono impasse della comunicazione, né tentativo di inventare un codice nuovo e privato, ma soltanto il linguaggio prima della comunicazione, prima della retorica.
 
Lo stesso linguaggio che in un film 'serio' sarebbe la metafora esistenziale dell'incomunicabilità, dell'autoreferenzialità, denuncia di nuova alienazione, qui è tutt'altro: è riportare la lingua a un passaggio ritmato di informazioni e indicazioni, è il segreto detto 'in levare' tra le righe ("ti amo/ ma non sai di cosa parli"); è l'impazienza di fronte a un prete improvvisato, per una decisione che non c'è bisogno di prendere, su cui non c'è tempo di ponderare, perché il tempo sfugge (e paradossalmente sono i piccoli, per cui c'è solo un futuro, a saperlo, mentre i grandi, per definizione, sono carichi del passato e di occasioni perdute); è la certezza, l'immaginazione come rifugio, progetto e mèta. Il rigore del linguaggio dei piccoli non è diverso da quello adulto: ma se la mania dell'ordine e della disciplina diventa ridicola nei grandi, perché nasconde paure infantili, nei bambini l'organizzazione, la determinazione è esattamente il tratto che sostiene e incanala una forza (una violenza, a volte) senza misura.

Nella dimensione della fiaba tutto questo funziona e crea eroi, antagonisti e fanciulle da salvare. Diventa invece 'dramma' per la dimensione degli adulti, che è già commedia triste e dolce dell'eterno presente di ripetizioni e umiliazioni, dove il futuro è decidere mestamente un proposito in un incontro notturno, sapendo di non volerlo mantenere. A questa dimensione, è riservato lo stesso sguardo ellittico che qui racconta i 'grandi' e il loro dolore, ma lasciando spazio a un grigio non detto (gli occhi neri di Walt), mentre nel caso dei 'piccoli', nel suo ritagliare frammenti, mostra tutto quello che c'è da mostrare. Nell'incontro tra i due mondi nasce il vero dramma, che è quello di due dimensioni che non si comprendono, che restano opache l'una per l'altra finché, senza ristabilire la comprensione, gli adulti stessi sanno però trovare una soluzione, che forse non è la migliore, ma è l'unica possibile per avere un 'epilogo'.
 

 


Sarebbe però riduttivo, o addirittura fuorviante, parlare di un film malinconico sulla differenza tra i sogni dell'infanzia, che vive di assoluti e inventa giochi folli, e i codici degli adulti, che ne restano schiacciati, o si salvano per ingenuità, o si riscattano in un gesto generoso: perché questi due mondi in effetti si somigliano e i piccoli sembrano per molti aspetti le proiezioni delle nevrosi  e dei limiti degli adulti, che a loro volta sembrano tratti infantili irrisolti; perché quella tra Sam e Suzy è in realtà una solidarietà tra opposti (lei è un personaggio quasi dark, nonostante il colletto rassicurante, è una quasi-adulta infantile che cerca nella fuga un'occasione per restare bambina, o per diventarlo, finalmente; lui ha un registro quasi comico, è l'ancora-bambino che gioca ad essere grande, indipendente, per 'conquistare', realizzare il legame che ha perduto); ma soprattutto perché sarebbe come dire che si racconta una storia e si vuol dire qualcosa, mentre qui non c'è storia: il punto di vista che comprende tutto non esiste, o lo scorgiamo solo per tratti, nella sua o nella nostra inadeguatezza. Non c'è percezione della successione, ma la successione di percezioni che avanzano per quadri, simmetrie e composizioni di colori, che accolgono (l'incontro nel prato) oppure rinchiudono (lo sguardo dall'alto sulla camera degli avvocati) e a volte ci scorrono davanti (la sequenza iniziale della ricognizione nel campo). Il racconto non è un canto dell'innocenza (cosa c'è in fondo di innocente nella minuziosa pianificazione di Shakusky? Nell'imperativo chiuso nello sguardo feroce di Susy?), né un paradosso sulla saggezza dei bambini e la pochezza dei grandi, né il dramma in cui alla fine tutti restano soli o la commedia in cui si sciolgono i conflitti. 
 
L'estetica del film in questo senso è per davvero il salto al di là della storia, nella favola di plastilina in cui non è interessante il passato o il futuro, in cui tutti vivono per l'istante in cui sono chiamati in scena, senza rimpianti, senza tratti irrisolti. Questa è la vera delicatezza e insieme l'affondo impercettibile di Anderson, che somiglia, nella sua ambiguità, alla fierezza ingenua (o alla ingenuità fiera) di Sam: farci seguire una lezione impossibile da imparare, trascinarci via sicuri sulla strada per una libertà dimenticata, sapendo che non possiamo e forse non vogliamo capire, perché spesso le cose di cui crediamo di aver nostalgia sono lo stesse che ci spaventano e di cui non potremmo (più) vivere; fingere di accompagnarci in un passato da fiaba che forse non è mai esistito ed è solo proiezione 'allucinata' dei desideri, degli incubi, delle paure di oggi; eppure soprattutto, con un acquerello su tela, lasciarci in pegno la bozza di un sogno, di un fatto semplice e ostinato, che non conosce malinconia, e non ha bisogno di poesia: basta a se stesso, si mostra per suo capriccio e poi passa, ci guarda a lungo dalla finestra e se ne va.

Oltre ogni drammatizzazione, Suzy e Sam sono due forme dell'immaginazione (forse, due modi di fare cinema) che si fronteggiano: tanto 'negativa'' lei, nel voler cancellare quello che esiste, tanto 'positivo' lui, nel tentare di inventare quello che non esiste. Il loro incontro può essere solo la malinconia dell'epilogo, oppure, oltre la storia, il ritorno a una 'matrice' di fatti, cose, oggetti, elementi di una partitura. Due finali dunque, che Anderson cerca di tenere insieme. Quando anche Suzy esce fuori campo, noi finiamo di sfogliare il libro, riprendiamo il posto che abbiamo sempre avuto, e di tutta una storia, di tutto un vissuto, restano le figure: un vestito rosa, un cappello di pelo, un faro bianco e rosso, una spiaggia, una stanza gialla, una finestra, un prato, un giradischi, il mare.
 

 

Grazie a Luca, Michele e Giuseppe per gli spunti interessanti.

 

 

Alice Giuliani - ERBA magazine
 
Punto Giovani Europa

Ultima revisione della pagina: 10/1/2017

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