Ricordando la Siria

 

Siamo arrivati a Maalula in autobus, da turisti. Venivamo da Damasco: appena arrivati abbiamo visto che le case, simili a piccoli cubi multicolori arroccati sulle pareti rocciose, erano state addobbate con luci natalizie. Faceva freddo e la neve era ammucchiata ai bordi della strada e sulle alture erose dai venti e dalle piogge che circondano la cittadina.

 A Maalula la maggior parte degli abitanti sono cristiani. Fra loro parlano nell'antico aramaico, la lingua in cui parlava Gesù Cristo e si riuniscono nella chiesa dedicata ai santi Sergio e Bacco, il monastero di Mar Sarkis. Ed è qui che vengono condotti i turisti, per ascoltare il Pater Noster nell'aramaico del I millennio a.C. Un'attrazione turistica questa, ma toccante.

Appena entrati ci è stato offerto del vino, in onore di San Bacco. Poi, dopo aver visitato un antico altare pagano con un bordo rialzato che serviva per i sacrifici, ci siamo seduti su panche di legno: l'atmosfera era raccolta e c'era silenzio. I monaci hanno poi cominciato a recitare la preghiera del Padre Nostro in aramaico. Ovviamente era incomprensibile, però suggestiva anche per i non credenti.

 Maalula e tutta la Siria possiedono una spiritualità unica. Spiritualità che sembra affiorare nei posti più vari: nell'imponenza delle mosche e nella vivacità dei tessuti che le adornano, ma anche nei profumi delle spezie nei bazar o nelle colonne romane di Palmira che mutano silenziosamente colore al tramonto.

Il canto del muezzin nel bazar di Aleppo è magia: ne sembrano impregnate le pareti stesse del mercato, come se la voce del muezzin che chiama i fedeli alla preghiera avvolgesse le mercanzie e zittisse per un attimo i suoni della gente, le grida dei venditori che litigano fra di loro e gli scricchioli degli uomini che sui loro camioncini corrono su e giù per i vicoli del bazar. Le bancarelle che sporgono fuori dai negozi sono spesso adorne di cumuli di spezie: curry e cannella, curcuma e cumino, menta e pepe rosa, più molti tipi di zafferano. Da una parte ci sono le spugne di ferro - la "lana d'acciaio"- che noi usavamo cinquant'anni fa e, appesa a dei ganci, viene venduta carne di cammello; poco lontano un'altra bancarella espone il famoso Aleppo Soap e pile di sacchetti dai bordi sfilacciati su cui svettano piccole montagne perfette di polvere gialla, quasi come le dune dorate del vicino deserto. Poco lontano un cartello un po' sciupato con una scritta in inglese guida il cliente e i turisti attraverso stradine laterali strette e alte, con il venditore che ribadisce, ripetendo come una cantilena, "argento sette", pur non specificando il tipo di moneta. 

E ora, dopo mesi e mesi di guerra civile, cosa rimane di tutto questo? Dove saranno quei misteriosi signori dalle lunghe barbe bianche che sulla porta delle botteghe se ne stavano in silenzio a fumare i loro narghilè profumati?

 


 
 

 

Sara Relli - ERBA magazine
 
Punto Giovani Europa

Ultima revisione della pagina: 10/1/2017

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